Cultura

La chiusura delle fontane di Peterhof (San Pietroburgo): uno spettacolo da non perdere.

La chiusura delle fontane di Peterhof (San Pietroburgo): uno spettacolo da non perdere.   Il 15 settembre 2018, si svolgerà una grande festa per la chiusura delle fontane del Castello di Peterhof. La festa si svolge ogni anno ed è sempre magnifica e rimane a lungo nella memoria di chi ha la fortuna di assistervi. Gli organizzatori della manifestazione ogni anno organizzano una esibizione sempre nuova, sfruttando la bellezza dell’d’acqua delle fontane che attraverso un gioco di luci di vari colori  e le raffinatezze architettoniche che circondando le fontane sono una scenografia unica, che rende speciale lo spettacolo. Peterhof è  una delle Reggie degli Zar, sulle rive del Golfo di Finlandia, edificata per volere di Pietro I° Il Grande tra il 1714 e il 1723 e fa parte delle Sette meraviglie della Russia. Situato nell’omonima cittadina, a circa 20 chilometri ad ovest da San Pietroburgo, questa reggia comprende diversi e numerosi palazzi, su un’estensione di una superficie di 607 ettari ed è inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità stilato dall’Unesco. Gli eventi principali si svolgono vicino al Palazzo Great Peterhof e i visitatori  potranno godere lo spettacolo presso a cascata “Grande“. La Grande cascata, che originariamente era ornata da statue in piombo che purtroppo furono danneggiate dagli agenti atmosferici, furono sostituite da sculture di bronzo nel 1799, la sua magnificenza è data, anche dalla presenza di altre 64 fontane e 225 sculture in bronzo, oltre a molti altri motivi decorativi. Nel Parco ci sono 4 cascate e altre 191 fontane e il giorno della festa saranno tutte funzionanti e godibili ai visitatori. Il tema dello spettacolo acquatico della chiusura della stagione di 2018 è ancora tenuto in segreto, però come negli anni precedenti, il programma prevede una spettacolo teatrale che offrirà l’opportunità di vedere la ricostruzione di un evento storico accaduto in Russia al tempo della famiglia reale o la rappresentazione di una favola russa con i personaggi fatati e mitici. La celebrazione prevede, anche musica classica e spettacoli di balletto. Il programma prevede come finale per gli ospiti un grande show di fuochi d’artificio e al termine dello spettacolo avverrà la chiusura delle fontane per la stagione invernale Uno spettacolo da non perdere!  

Alexander Rodchenko: Revolution in Photography

La mostra photografica ” Alexander Rodchenko. Revolution in Photography” (Александр Родченко. Революция в фотографии) a Palermo   Palermo sede di un’altra bella mostra di fotografia quella del grande fotografo russo Alexander Rodchenko, esponente di primo piano dell’avanguardia artistica sovietica del XX secolo, che si svolge dal 18 giugno al 23 settembre 2018 presso al Reale Albergo dei Poveri. L’ Italia conosce bene i lavori di questo grande artista, ci sono state negli anni passati importanti mostre a Milano, Roma, ma questa bella mostra ci presenta Rodchenko come uno dei più grandi fotografi dell’avanguardia russa. La mostra ha già avuto un grande successo al  Palazzo Té di Mantova, con un record di visitatori pari alla metà della popolazione mantovana. La retrospettiva, propone, un allestimento impegnativo, una selezione di 150 fotografie, tratte dai negativi originali degli anni venti e trenta, provenienti dalla collezione del Multimedia Art Museum di Mosca (MAMM), il Museo più importante russo dedicato alla storia e allo sviluppo dell’arte fotografica e dell’arte contemporanea, legata alle nuove tecnologie multimediali. Ricordato come “il padre della fotografia sovietica”, Rodchenko dà forma a uno stile e a un linguaggio visivo del tutto unici conosciuto come il “Metodo Rodchenko: che gioca con composizioni in diagonale, prospettive scorciate, punti di ripresa insoliti dal basso verso l’alto e viceversa. Un dettaglio ingrandito racconta più di un personaggio, il particolare di un’architettura, narra una città in movimento.” L’artista in quel periodo lasciò la pittura per la fotografia, perché per lui “la fotografia era l’unico modo per bilanciare l’immagine piatta e consolidata di una società, quella russa, che tende a massificare ogni sospiro”. Rodchenko nel suo campo è stato un rivoluzionario, il primo grande fotografo russo ad essere conosciuto anche all’estero nonostante la Guerra Fredda. La mostra fa parte del Festival delle “Stagioni Russe” in Italia – è un progetto culturale che già è stato apprezzato da i più 2 milioni visitatori.  

La mostra “Da Tiepolo a Canaletto a Guardi” a Mosca

La mostra “Da Tiepolo a Canaletto a Guardi” a Mosca (От Тьеполо до Каналетто  и Гварди)   Da molti anni il Museo d’Arte Figurative “Pushkin” di Mosca collabora con i musei d’Italia, tenendo regolarmente mostre di arte italiana, oggi grazie alla collaborazione con il Museo di Vicenza e con la collaborazione della Banca Intesa Sanpaolo, viene allestita una raccolta delle opere di capolavori di pittori veneziani del XVIII secolo dal titolo “Da Tiepolo a Canaletto a Guardi” che si svolge dal 24 luglio con termine il 14ottobre 2018. E’ un’occasione importante per i cittadini russi, amanti della cultura italiana, ma anche un’occasione per i cittadini italiani che hanno programmato una vacanza in Russia. I visitatori potranno così conoscere la pittura veneziana dei secoli XVII-XVIII, opere che indagano i contrasti coloristici del Rococò, come la pittura del Tiepolo, passando per la pittura mitologica di Gianbattista Pittoni e la scena sacra di Giovanni Battista Piazzetta, arrivando alla pittura del paesaggio con le opere insuperabili del Canaletto, del Bellotto e dell’altro pittore veneziano Guardi, un percorso in grado di soddisfare, in tutta la sua completezza la varietà di generi. Nell’esposizione i dipinti di numerosi maestri italiani, provenienti dalle collezioni del Museo civico di Vicenza (23) faranno spicco la presenza di altre dipinti di artisti veneziani del XVIII secolo provenienti da collezione russe come quella del Museo “Pushkin” (25) ricca di paesaggi del Canaletto, del Belotto,  del Marieschi e Guardi. A fine ottobre la mostra sarà allestita a Vicenza con il nome “Il Trionfo del colore, da Tiepolo a Canaletto a Guardi” realizzado una vera e propria partnership culturale che fa parte del Festival delle “Stagioni Russe” in Italia.  

Mosca: Il primo festival internazionale della “cucina russa”

Il primo festival internazionale “cucina russa” si terrà a Mosca   Dal 16 giugno al 15 luglio 2018 per i turisti italiani che saranno a Mosca per il Campionato Mondiale di Calcio potranno cogliere l’occasione per gustare la cucina russa al Primo Festival Internazionale di “Cucina russa”. L’evento è stato organizzato dall’ Associazione Culinaria di Mosca nel “Complesso Culturale Cremlino di Izmailovo”, con la collaborazione del Consiglio per lo Sviluppo dell’Etnoturismo, dall’Assemblea dei Popoli dell’Eurasia, dall’Unione dei giovani professionisti (Worldskills Russia). Per i visitatori del festival saranno organizzate mostre per fare conoscenza con una varietà di piatti della cucina tradizionale e moderna russa, così come la cucina dei popoli della Federazione Russa, della pasticceria e la possibilità di assistere alla preparazione della bevanda nazionale come la Sbiten. Nel programma dei giorni della mostra ci saranno giorni dedicati a: L’alta cucina (tendenze moderne dagli chef dei ristoranti russi); La cucina letteraria (piatti preparati secondo le ricette presenti nelle opere dei classici della letteratura russa: Tolstoj, Dostoevskij, Puschin e l’altri; Cucina della tradizione russa (delle vere casalinghe prepareranno un pranzo per gli ospiti, con i loro migliori piatti); Cucina storica (ricercatori e storici delle ricette preparano piatti rari e antichi della cucina russa); Cucina delle regioni e dei popoli della Russia (i piatti della autentica cucina delle Regioni russe) rappresenteranno la ricchezza e le varietà e diversità della cucina russa. Il programma prevede anche eventi musicali e di animazione che soddisferanno gli ospiti del festival con esibizioni di artisti di vari generi musicali e la vendita di numerosi souvenir realizzati da maestri artigiani russi.   Entrata libera

Il cristallo d’arte della città di Gus Khrustalnij.

Gus Khrustalny è un’importante cittadina della Regione di Vladimir che risale al primo medioevo e dove furono ritrovati i primi reperti archeologici di vetro. La produzione del cristallo , come fiorente attività commerciale organizzata, iniziò a svilupparsi nel XVIII secolo, infatti nel 1756  fu costruita la prima fabbrica che produsse cristalli di qualità da un ricco  mercante.   Il posto scelto per la fabbrica non è stato casuale, fu scelto perché il territorio ero ricco di foreste (necessarie per riscaldare con legna da ardere i forni), accanto alla cittadina scorreva un fiume chiamato Gus, dove c’erano grandi depositi di sabbia purissima, che è la principale materia prima per questa produzione.   Nel corso del tempo, la produzione è cresciuta e la qualità del cristallo prodotto si è migliorata sempre di più, tanto che la fabbrica di Maltsov divenne la più importante della Russia con molti clienti anche nel resto dell’Europa e del mondo. La fabbrica era l’unico fornitore della Corte Imperiale dello Zar e grazie a questo prestigio divenne fornitore anche di Re e principi europei e asiatici. Nel 1841 la fabbrica di Maltsov lavorò quattro mesi esclusivamente all’ordine dell’imperatore Nicola I che aveva richiesto un completo di cristallo per 700 persone. Altro suo cliente abituale fu lo stilista Carl Faberge che comprò gli oggetti artistici più importanti.     Dal 1865 le lavorazioni di cristallo di Gus iniziano a vincere, ogni anno le medaglia d’oro alle esposizioni nazionali ed avere successo anche all’estero dove prende una medaglia di bronzo al Salone Mondiale di Parigi del 1900. Nel 1918, con un decreto speciale dal nuovo potere sovietico, la fabbrica fu nazionalizzata e divenne proprietà statale, la produzione continuò, ma con un prodotto fatto per la massa senza la stessa qualità di prima.   Solo negli anni ’60 la scultrice russa Vera Mukhina autrice del famoso monumento “Operaio e Contadina” a Mosca, suggerì a diversi suoi studenti e ad artisti di recarsi presso del reparto artistico della fabbrica per dare un nuovo sviluppo all’arte del cristallo, sono di quel periodo i nuovi prodotti che propongono nel disegno degli oggetti di cristallo, nuove concezioni artistiche, che pur corrispondendo alle tendenze del periodo sovietico videro uscire nuovi capolavori d’arte.   I maestri artigiani di oggi  lavorano i prodotti con due tipi di cristallo: quello incolore e quello colorato, utilizzando, comunque la tecnica tradizionale, mentre per le decorazioni è la fantasia e l’esperienza dei maestri artigianali che lavorando con il diamante, creano incisioni e disegni unici che tramandano la tradizionale di Gus-Khrustalnij, caratterizzata dai famosi motivi “invernali” che sul vetro “giacciato” ricordano l’inverno russo.   Sulla bellezza e l’originalità de cristallo lavorato  incidono:  la composizione, la trama che lo caratterizza, infatti lo studio dei dettagli del disegno e dell’ornamento circostante testimonia l’abilità dell’artista e dell’incisore che fanno nascere un gioiello, conferendo un’elevata espressività artistica, utilizzando sapientemente sia il colore che la forma utili a farli divenire oggetti d’arte per l’arredamento.   Gli artisti usano un disegno preso a prestito dalle sculture popolari, gli artigiani cercano di enfatizzare la bellezza naturale del vetro per farlo brillare come le sfaccettature di un diamante.     L’opera degli artisti e soffiatori di vetro della regione di Vladimir, esaltano le peculiarità del materiale e i loro manufatti, sono unici e ampiamente conosciuti non solo in Russia, ma anche all’estero, come le migliori opere prodotte nei vari secoli dei maestri artigiani possono essere ammirate nel Hermitage e nel “Museo di cristallo” nella città di Gus-Chrustalnij.  

Scultura (intaglio) in osso di Tobolsk

La lavorazione in osso è una delle prime occupazioni umane ed ha una presenza costante lungo un percorso storico delle popolazioni che si affacciano sui mari dove ci sono grandi animali marini, facendo crescere un artigianato tradizionale dell’intaglio delle ossa che si è sviluppato nel corso dei secoli.. Il nord della Russia è da tanto tempo famoso per le opere di maestri artigiani dell’intaglio dell’osso. La città  di Tobolsk  è una interessante località della Siberia e famosa in tutta la Russia, fondata nel 1587, si trova nella regione di Tyumen nella confluenza dei fiumi Tobol e Irtysh, lontana 1860 km da Mosca, il Centro Tobolsky  è noto sin dal XVII secolo, per la particolare lavorazione delle ossa di un particolare animale: il Mammut. Quest’arte prese piede a Tobolsk grazie all’abbondanza di ossa di mammut fossili, numerosi in tutta la Siberia, dando vita ad un artigianato d’arte di intagliatori di ossa. L’artigianato  dell’ intaglio di Tobolsk  risale alla fine del XIX secolo, quando nel 1874 si aprì il primo laboratorio di produzione di piccoli  articoli:  portasigarette, spille, orecchini, gemelli, bottoni. Il più talentuoso dei maestri di quel periodo era Porfirij Terentyev e fu proprio lui che gettò le basi di questo genere d’arte, le sculture in miniatura contrassegnate dalla precisione di raffigurare le caratteristiche sociali e le realtà nazionali di quel tempo. All’inizio del XX secolo a causa della crisi della pesca avviene una crisi di questo artigianato che si risolleva solo dopo l’insediamento del potere Sovietico. Alla fine del 1920 il nuovo governo affidò il compito di recuperare questo tipo di artigianato artistico , creando una cooperativa, che riuniva i maestri della scultura ( intaglio) in osso, rinnovando contestualmente la produzione con soggetti nuovi richiesti soprattutto da clientele estere. Il Soviet locale affidò ai nuovi maestri il compito non solo di far rivivere attraverso quest’arte la pesca nella sua quotidianità, ma più importante era mostrare i cambiamenti avvenuti nella vita dei popoli della Siberia con l’arrivo del potere sovietico. Gli artigiani di Tobolsk  sono diventati famosi in tutto il mondo per la capacità di creare delle zanne di mammut, dalle zanne dei trichechi, dalle corna di cervo indimenticabili scene di vita del nord sovietico, che colpiscono per la loro stupendo lavoro d’intaglio che raggiunge  l’eccellenza quando lavorano la filigrana. Così è stato formato lo stile artistico di quest’arte e la sua caratteristica principale è il lavoro del dettaglio  di figurine con la loro rotondità delle forme. Nella  fabbrica d’arte attualmente lavorano 60 maestri e oggi com’era prima ogni oggetto viene eseguita esclusivamente a mano. Qui producono una vasta gamma di oggetti , soprattutto souvenir, oggi al posto delle ossa di mammut sono usati nuovi materiali più prosaici, ma anche dal essi i maestri della fabbrica cercano di creare magnifici prodotti, mantenendo lo stile individuale e il valore delle mani di un vero maestro. Il valore di una scultura in gran parte dipende dal materiale che è stato utilizzato per la sua creazione e le ossa,  di tutti i tipi di animali, devono essere ben preparate, sgrassate, sbiancate, tagliate in pezzi della dimensione giusta e desiderata. La conoscenza delle caratteristiche delle ossa permette di vedere le loro varie tonalità naturali che permettono  ai maestri artigiani di usarli con il massimo benefico per la creazione del prodotto. Il materiale è funzionale al bello, ma è difficile da lavorare, l’esperienza della procedura guida l’enorme responsabilità del maestro artigiano un materiale viziato è un pezzo senza ritorno o limita il beneficio di usarlo, per la creazione del prodotto. I prodotti creati, molto spesso si pongono sullo stesso gradino dei prodotti fatti con metalli preziosi, sia per la qualità del lavoro simile a quella dei gioielli e il costo del materiale. La statuetta che sembra più naturale grazie alla lavorazione dei suoi piccoli dettagli è più preziosa e Ia produzione dei maestri di Tobolsk ha reso famosa la capitale siberiana in tutto il mondo. Le loro opere dei maestri artigiani sono state presentate in numerose mostre: a Parigi nel 1900 e a Bruxelles nel 1958 e furono premiate con le medaglie d’oro, molte opere uniche degli artigiani di Tobolsk sono esposte  nei principali musei della Russia come: il museo dell’Ermitage, il museo Russo ed altri. Nella città di Tobolsk presso la fabbrica viene custodita l’unicità della collezione delle prime opere dei tempi della nascita che rappresentano scene di pesca fatte di mastodontiche ossa, mentre con i denti di capodoglio, zanna di tricheco si fanno: cofanetti lavorate al filigrana , scacchi, cancelleria.

L’arte della lavorazione con le pietre semi-preziose degli Urali

La scultura in pietra dura o gemma è una delle specialità dell’artigianato artistico tradizionale dell’arte popolare russa, presente nella Regione delle montagne  degli Urali sin dal XVII° secolo. La fonte per lo sviluppo di questo importante artigianato è stata la straordinaria ricchezza delle sue risorse minerarie. Le prime pietre colorate semi-preziose come: il topazio, la tormalina, lo smeraldo, l’ametista, il cristallo di rocca, l’agata, il calcedonio, la malachite e diversi. Questi giacimenti sono stati scoperti nel XVII secolo, ma il vero fiorire di mestieri risalgono al 1720, quando Lo Zar Peter I  impegnò diversi ingegneri minerari  a predisporre una ricerca scientifica dei minerali. Nel 1738, nella città di Ekaterinburg, capitale degli Urali  fu fondata la prima officina di taglio e di lavorazioni delle pietre semi-preziose e per organizzare la produzione furono chiamati dei maestri italiani di Firenze i fratelli Jean-Baptiste e Valérie Tortora.   La produzione iniziò con prodotti che venivano inserti su altri oggetti come: nelle impugnature dei coltelli, di spade o bottoni per impreziosire gli abiti, poi queste prime produzioni si trasformarono in una vera e propria arte, creando capolavori unici, arrivando sino alla decorazione dei Palazzi delle famiglie regnanti.   Nel XVIII secolo furono scoperti negli Urali grandi depositi di malachite (una pietra di grande valore) che diede un nuovo sviluppo all’artigianato artistico locale, infatti le decorazione in malachite ha avuto un grande successo in quello periodo grazie alla famiglia reale russa, ma anche per la diffusione che ebbe tra la nobiltà europea. L’imperatrice Elisabetta Petrovna nella prima metà del XVIII secolo portò in Russia il mosaico fiorentino e gli artigiani russi lo apprezzarono e acquisirono quella tecnica di lavorazione.   A differenza dei maestri italiani che lavorano in questa tecnica e utilizzano principalmente diversi tipi di marmo, il materiale principale degli scalpellini degli Urali sono pietre semi-preziosi dalle montagne Urali, Yamal, Timan, Baschiria e dai giacimenti della Penisola di Kola, Yakutia, Sayan e altri depositi. Un esempio del lavoro dei maestri è Il salotto di malachite del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo, che faceva parte delle camere personali della moglie di Nikolai I, Alexandra (1838-1839) e le “Camere di agate” nel Palazzo di Caterina II nel Palazzo di Tsarskoe Selo (1780). Così nasce  la storia del mosaico russo.  Una tecnica nel arte del mosaico che utilizza la pietra dura la malachite, la tecnica del “mosaico russo” consente di mettere in risalto la bellezza della pietra. La scuola dei maestri scalpellini degli Urali si è sempre contraddistinta per l’ amore profuso dagli artigiani per la pietra, la capacità di vedere la sua bellezza naturale e di non violarla nel taglio, ma  lavorarla solo al meglio possibile per enfatizzarla e farne un capolavoro unico. Nel 1851 la Russia per la prima volta portò le opere artigianali  all’Esposizione Universale di Londra e da allora, il lavoro dell’intaglio su pietre semi-preziose degli Urali furono conosciuti  in tutto il mondo. E nel 1958 proseguì la sua fama con la medaglia d’oro all’Esposizione mondiale di Bruxelles.   Alla fine di XX secolo la scuola di artigianato artistico su pietre semi-preziosi degli Urali, ha ancora una sua vitalità grazie a maestri come  V. Kovalenko e I.Borovikov. I lavori degli scalpellini degli Urali si presentano con un biglietto da visita significativo: sculture realizzate con la tecnica del cosiddetto mosaico volumetrico, dove la composizione di figurine vede nei vari dettagli la lavorazione di diversi tipi di pietre di vari minerali. Anche il grande orafo Carl Faberge si cimentò con tali miniature con pietre semi-preziose. La preparazione  e le fasi di lavoro di una scultura sono operazioni di grande precisione e di grande creatività, un lavoro faticoso. I maestri con grande precisione riproducono anche piccoli dettagli nella composizione: dalle asole dei caffettani e delle uniformi, alle spalline tanto da sembrare essere un ricamo dorato, ricavato dalla pietra di occhio di tigre dorato. Perfino le parti che sembrano metalliche per le armi come: elmi, conchiglie, corazze e armature, catene, sono faticosamente tagliate dalla pirite e dall’ematite. I dettagli Minori: occhi, sopracciglia, baffi, fazzoletti, mani, stivali è creato da gemme e poi delicatamente incollati insieme. La tecnica di creazione del mosaico non è cambiata dal suo inizio, dopo un’attenta selezione delle singole parti, il cui numero raggiunge talvolta 10 mila pezzi, questi vengono incollati insieme. La meticolosità dei dettagli e la fantasia della creazione di questi capolavori, nella tecnica ricordano altri maestri artigiani di fama mondiale come i maestri italiani che creano i presepi. Pertanto, non sono le grandi composizioni a rendere meravigliosi i lavori, ma la complessità delle prestazioni, quanto le caratteristiche uniche della pietra naturale sono rappresentate dalle miniature un’opera unica. Le gloriose tradizioni dei maestri antichi e quelle della ditta “Faberge” sono proseguite nella città di Ekaterinburg  dai nuove cooperative  che riuniscono i creativi maestri degli Urali come “Svyatogor” e lo “Studio” di Alexey Antonov, dove in un gruppo di artisti intagliatori lavorano la pietra per gioiellieri, scultori e stilisti. Attualmente i maestri interpretano varie correnti artistiche : dai classici, alle avanguardie moderne, ma tutte le opere degli artisti degli Urali si distinguono per la purezza dello stile, il carattere nazionale, pronunciato, le loro opere sono ammirabili per semplicità delle forme e dalla mano impeccabile del maestro. Spesso per le loro opere gli artisti scelgono i dipinti ricavati dalle belle arti classiche e il loro compito principale è come affrontare e trasformare l’immagine in pietra.   Le loro opere sono note non solo al di fuori della Repubblica Russa, ma anche in Canada, Finlandia, Norvegia, Sudafrica, Germania, Cina.   Nella città di Ekaterinburg c’è un museo il “Museo della storia della scultura e gioielleria d’arte in pietra” è l’unico museo statale in Russia, che rappresenta una esposizione così completa della storia e delle tradizioni della lavorazione della pietra colorata di Urali. Le opere dei maestri di Ural sono presenti in un gran numero nei musei russi di Mosca, San Pietroburgo e di altre importanti capitali di Regioni.       Le fotografie sono state gentilmente messe a disposizioni dalle botteghe dei Maestri artigiani locali.    

AL VIA LE “STAGIONI RUSSE” IN ITALIA: Un festival d’arte che coinvolgerà 40 citta’ italiane

Domenica 14 gennaio si è svolta la cerimonia d’apertura del festival “Stagioni Russe”, patrocinato dal Governo della Federazione russa voluto dal Governo russo con la supervisione del ministero della Cultura russo. Una grande occasione per i cittadini italiani appassionati di cultura, di  arte russa, per tutto il 2018 prende corpo un Festival nel segno dei grandi eventi che saranno proposti in più di quaranta città italiane. Il vastissimo programma prevede spettacoli teatrali, opere liriche, concerti, balletto e mostre, nonché rassegne cinematografiche. Tra gli scopi di questo importante evento culturale è quello di  avvicinare il pubblico italiano ai “miti” dell’arte russa rappresentati dalle compagnie dei teatri: Bolscioi, Mariinskyi e Aleksandriyaskiy, le orchestre della Filarmonica di Mosca,  di  San Pietroburgo e dalle esposizioni dei musei Ermitage, quello di architettura Shiuseva e di altre importante realtà museali. Il Vicepresidente del Governo della Federazione Russa Olga Golodets, il Ministro della Cultura Vladimir Medinskyi, l’Ambasciatore della federazione Russa in Italia Sergey Razov, nonché numerose altre personalità sia italiane che russe anno illustrato il valore di questa iniziativa, che mette in evidenza gli ottimi rapporti bilaterali tra la Russia e l’Italia. Dopo la Cerimonia di apertura del Festival  il Direttore dell’Orchestra del teatro Mariinskiy Valery Gergiev. Ha diretto due sinfonie di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Per maggiori informazioni e richieste d’accredito il contatto: Tel.+ 39 348 0615875 – Mail: russianseasons@teamone.one SCARICA IL FILE Programma eventi Stagioni russe in Italia

Gli Scialli di lana di Orenburg

Le lavorazioni artigianali con la lana da sempre sono svolte nelle città russe delle zone più fredde, perché ripararsi dal freddo è vitale, ma solo a Orenburg si raggiunse quella sintesi di maestria manuale e creatività che ha trasformati lo “Scialle di Orenberg” in uno dei simboli della Russia. Orenburg è il capoluogo della regione di Orenburjskya, situata in prossimità della catena montuosa degli Urali meridionali a circa 1230 km da Mosca, vicino al confine con il Kazakistan e la regione è famosa per un tipico prodotto dell’artigianato tessile russo: la produzione di scialli creati con la lana di capre, che pascolando nelle steppe degli Urali e utilizzando esclusivamente i fili di qualità eccellente, quelli più sottili unici al mondo, lavorati a merletto, e oggi patrimonio della tradizione culturale della Russia. I primi a indossare gli scialli furono nel XV secolo i Dzhigit, i cavalieri dell’orda dei kirghizi che l’utilizzavano per proteggersi dal gelo inclemente dei monti Urali. La lavorazione artigianale degli scialli di Orenburg risale a circa 250 anni fa, quando le donne cosacche (questo tipo di artigianato tradizionalmente è femminile) esperte nell’arte della maglia e del ricamo, crearono degli scialli con i peli di capra filata in fili sottilissimi tanto da essere chiamate “ragnatele”. Questi scialli erano indossati indifferentemente sia dagli uomini che dalle donne, in quanto garantivano il caldo nei gelidi e ventosi inverni russi. In ogni villaggio c’erano brave magliaie molto abili che si tramandavano da madre in figlia non solo la tecnica di lavorazione, ma ereditavano gli scialli dalle rispettive madri come un vero cimelio e patrimonio di famiglia. Ogni famiglia aveva il proprio disegno di maglia (infatti ci sono più di 100 variazioni di trame!) una tradizione artigianale che si è diffusa per tutta la regione sino ad assumere una dimensione industriale dopo che fu scoperta una proprietà medica della lana di capra supportate da ricerche scientifiche. L’etnografo Petr Rychkov, aveva osservato le proprietà curative dei filati di lana di capra e propose nel 1776 di avviare proprio a Orenburg una fabbrica artigianale di maglieria. La fama mondiale capitò a Parigi nella metà del XIX secolo(nel 1857) è poi a Londra all’Esposizione internazionale del 1862 quando la cosacca Maria Uskova presentò dei suoi prodotti artigianali: sei scialli di lana di capra che pesavano non è più di 40/50 grammi e entravano dentro a un uovo d’anatra vincendo una medaglia d’oro e grazie al successo di pubblico che riteneva di aver assistito ad una magia. Dopo la rivoluzione russa, la produzione di scialli e sciarpe non si fermò e nel 1936 si ingrandì la fabbrica di Orenburg superando la produzione manuale per passare all’utilizzo delle macchine speciali, capaci di mantenere la qualità dei prodotti. Già in Unione Sovietica gli scialli di Orenburg fatti a mano erano una rarità da museo, acquistare uno scialle fatto a mano era pressoché impossibile, infatti sino al 1985 le artigiane, produttrici di scialli, erano registrate e il loro lavoro veniva riservato solo per essere esportato all’estero. Ora a Orenburg si può trovare scialli fatti a mano, a macchina e le sciarpe lavorate a macchina hanno i modelli standard e il loro prezzo non è molto costoso, infatti si possono trovare in negozi specializzati nella vendita di questo prodotto e direttamente negli spacci delle fabbriche con un proprio marchio che certifica la produzione. Ma il vero artigianato delle scialle è quello fatto a mano che rimane essere un modello unico e per fortuna questo artigianato è ancora vivo e presente, infatti lo scialle si fa nello stesso modo, come nei tempi antichi di due secoli fa. La lavorazione di una scialle è abbastanza lunga e laboriosa, perché l’artigiana parte dalla cardatura della lana per poi passare alla filatura e infine alla lavorazione con i ferri. Un ciclo di non meno venti giorni: questo è il tempo necessario per produrre il suo capolavoro. Vi sembra tanto? Eccoli i passaggi per fare gli sciacalli di Orenburg: Prima di tutto è necessario raccogliere una quantità di lana sufficiente per lo scialle sapendo che da una capra se ne ricavano 350 gr (la lana più sottile in assoluto è quella ricavata dalle capre che pascolano nelle steppe montuose degli Urali che hanno il clima rigido). Il migliore raccolto (la lana non viene tosata, ma pettinata direttamente dalla capra) viene fatto a primavera, perché la lana è particolarmente più ricca e più morbida. Il passo successivo vede la lana venire lavata ed asciugata (almeno 12 ore), quindi il primo vello di lanugine viene cardato la prima volta (almeno 20 ore), seguito dalla seconda (10 ore), poi si arriva al ciclo della filatura. Il filo di lana va soggetta a torsione con aggiunto di un filo di seta (20 ore). Il filo ha una finezza di 20-25 micron 2-3 volte inferiori allo spessore di un capello), segue la torcitura del filo in modo che il filo di lana tenuto con la mano destra e il filo di seta tenuto con la sinistra si amalgamano nella torsione ( 6-8 ore). E’ questo il segreto della resistenza e durevolezza degli sciacalli!. L’ultima azione, il filo va arrotolato in un rocchetto da 200-250 gr (la quantità sufficiente per uno scialle). Quando il filo è pronto l’artigiana prende due ferri tradizionali e inizia a fare la trama dello scialle. Si parte dalla parte centrale, poi separatamente si fanno le orlature che collegate allo scialle per essere uniti finiscono l’opera (almeno 100 ore). Le artigiane di Orenburg sono così abili sul loro lavoro che non si vedono le giunture dei fili. Lo scialle ha come caratteristiche di non avere differenza tra il lato superiore (dritto) e quello inferiore (rovescio), mentre i colori sono esclusivamente due e naturali: bianco o grigio. Lo scialle sarà così leggero che una folata di vento creerà un effetto ondulatorio come le graminacee della steppa di Orenburg che sospinte dal vento sembrano onde del mare! Gli scialli fatti a mano si possono trovare presso i mercati regionali e nella città di Orenburg, però se cercate un prodotto caratteristico

Il Natale ortodosso a tavola

In Russia il Natale viene festeggiato il 25 dicembre secondo il calendario giuliano. Attualmente in tutto il mondo laico si utilizza il calendario gregoriano che sposta il tutto di 13 giorni, perciò risulta che gli ortodossi festeggiano il Santo Natale il 7 gennaio. Il 6 gennaio invece è la vigilia di Natale. In Russia questo giorno porta il nome di “Sočel’nik”, dalla parola “Sočivo”, il piatto principale e il più tipico del Natale ortodosso. Qui parleremo delle tradizioni natalizie russe, anche se molti popoli slavi ortodossi hanno tradizioni simili. Tavola di Natale Il “Sočel’nik” è l’ultimo giorno del digiuno prenatalizio, che per gli ortodossi dura 40 giorni. Questo periodo è diviso in due parti: prima e dopo la festa di San Nicola. La prima parte del digiuno non è molto restrittiva (sono permessi l’olio, il pesce e il vino). La seconda parte dell’attesa del Natale è decisamente più severa – tutti gli alimenti di origine animale sono vietati, e il lunedì, il mercoledì e il venerdì non si utilizza l’olio, ed alcuni preferiscono non accendere neanche il fuoco e non cucinare affatto, limitandosi a mangiare solo un po’ del pane del giorno precedente con un sorso d’acqua. Ed ecco, finalmente, il 6 gennaio questo periodo di astinenza si avvicina alla fine. Qualche giorno prima tutta la famiglia partecipa alle pulizie della casa, e anche i bambini dovevano fare qualche cosa per rendere la casa più pulita ed accogliente. Il 6 gennaio non si fa colazione, né si pranza, e soltanto i piccoletti possono mangiare qualcosa a mezzogiorno. Dopo il tramonto si prepara la tavola natalizia. Il tavolo più grande della casa, perfettamente pulito viene coperto dalla paglia o dal fieno. Sopra la paglia il padrone di casa sparge un po’ di grano. Sopra tutto questo mettono la tovaglia, la migliore della casa, e in ogni angolo del tavolo lasciano uno spicchio d’aglio. Secondo le credenze, l’aglio protegge tutti dalle forze malefiche e dalle malattie. In mezzo al tavolo veniva collocato il piatto con il “Sočivo”. Il “Sočivo” tradizionalmente si doveva cominciare a preparare prima, perché per questo piatto, simbolico ed antichissimo, serve il grano pulito da ogni impurità. Con il grano preparato e l’acqua cuocevano una pappa non troppo densa, che poi veniva raffreddata e dolcificata con il miele. Separatamente, in un pentolino a parte pestavano i semi di papavero finché non si formava il “latte” di papavero, ci aggiungevano il miele, e poi mescolavano il tutto, il papavero e la pappa di grano. Se il composto risultava troppo denso, ci aggiungevano un poco di acqua bollita e raffreddata. All’ultimo venivano aggiunti le noci. Il piatto deve essere succulento, non denso, non liquido, il grano non scotto ma morbido. Col passare dei secoli, i russi prepararono il “Sočivo” utilizzando altri cereali – l’avena, il miglio, il grano saraceno, e anche il riso (a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Al giorno d’oggi nelle famiglie cristiano-ortodosse si continua a preparare il tradizionale “Sočivo” modificandolo. Adesso è ammissibile l’aggiunta di uvetta, di nocciole varie, e addirittura del cocco grattugiato. A parte il piatto principale, il “Sočivo”, sul tavolo venivano collocate altre pietanze che per la cena di vigilia dovevano essere precisamente 12, come gli apostoli. Sul tavolo russo potevamo vedere le crespelle (i bliny), la gelatina di carne, il porcellino da latte cotto intero, un’oca con le mele, il pesce, verdure salate e marinate (data l’assenza praticamente totale delle verdure fresche in Russia nel gennaio innevato). La cena iniziava dopo la comparsa in cielo della prima stella della notte. Essa simboleggiava la stella di Betlemme che ha indicato la strada ai pastori verso Gesù Bambino. Tutta la famiglia si sedeva a tavola, e durante la cena non ci si doveva alzare, né parlare molto. Ancora più importante era evitare di uscire di casa durante la cena della vigilia perché in tal caso si rischiava di fare entrare in casa le forze malefiche. Non si bevevano gli alcolici, ma neanche l’acqua era la benvenuta. Il cibo era accompagnato dal “vzvar”, una bevanda alla base di frutta essiccata bollita e dolcificata con il miele. C’erano anche i dolci – i biscotti speziati, i cosiddetti “prjaniki”, dipinti a soggetto uno ad uno, e anche i piccoli panini con i ripieni vari, assomiglianti ai pirožki, ma più piccoli e fatti con il semplice impasto di pane. Venivano chiamati “Koljadki”. Questi dolcetti tornavano molto utili la notte di Natale, perché i giovani, mangiato qualche boccone uscivano tutti fuori e giravano i villaggi passando da una casa all’altra e cantando le canzoncine, le “Koljadki” per l’appunto. I padroni di casa dovevano “pagare” i cantori. Ed è proprio a questo punto che la padrona di casa usciva un grande vassoio con i dolcetti e li donava generosamente ai giovani, i quali passata la notte si riunivano insieme per vedere chi aveva vinto la gara di raccogliere più cibo possibile. Il giorno successivo, dopo aver seguito la solenne Liturgia Natalizia, ci si sedeva a tavolo di nuovo. Ma questa volta né la quantità, né i tipi delle pietanze erano regolamentati. Ogni famiglia metteva sul tavolo il meglio di ciò che aveva, e festeggiava la nascita del Salvatore. С Рождеством Христовым! Buon Natale! FONTE : Alexandra Voitenko http://www.russianecho.net/index.php?option=com_content&view=article&id=211:il-natale-ortodosso-a-tavola-&catid=11:ricette&Itemid=12  

Hippie e stilyagi: le mode nella controcultura sovietica

Hippie e stilyagi: le mode nella controcultura sovietica di AIZHAN KAZAK FONTE: RUSSIA BEYOND – https://it.rbth.com/societa/2017/07/11/hippie-e-stilyagi-le-mode-nella-controcultura-sovietica_800622 STORIA – LUG 11, 2017 Guardavano all’Occidente con fascino e ammirazione, cercando di copiarne le tendenze. Ecco come vestivano i ragazzi nati all’epoca dell’Urss Erano definiti “controcorrente”, “anticonformisti”. Insomma privi di tutte le buone qualità che caratterizzavano un vero cittadino sovietico. Talvolta venivano additati come fannulloni e parassiti. Erano gli “stilyagi”: i ragazzi della controcultura sovietica. Coloro che uscivano dagli schemi e dettavano tendenza. Ma gli “stilyagi” non erano i soli a dettare mode inverse: oltre a loro c’erano gli hippie, i rocker, i punk e i metallari. Mode e tendenze che, a seconda del periodo, hanno fatto impazzire intere generazioni. Ecco quali. Stilyagi, anni ’50-’80 Con il termine “stilyagi”, talvolta tradotto come hipster o dandy, ci si riferisce al primo gruppo di controcultura nato in epoca sovietica. Apparsa per la prima volta negli anni ’40-’50, ebbe il proprio boom negli anni ’60, durante il disgelo promosso da Khruscev. Lontani da ogni tipo di opinione politica, gli “stilyagi” ammiravano la moda straniera e la musica occidentale, soprattutto il swing e il boogie-woogie. Le ragazze indossavano vestitini e scarpe con i tacchi alti, mentre gli uomini sfoggiavano pantaloni a quadri e stivali luccicanti. Anche se il loro stile negli anni è un po’ cambiato, si sono sempre fatti riconoscere per i colori accesi e le giacche sgargianti.   Hippie, anni ’60-’70 Con il disgelo voluto da Khruscev i giovani sovietici entrarono in contatto l’Occidente e molte sottoculture iniziarono a diventare di moda anche in Urss. Questo stile era molto simile a quello scoppiato negli Stati Uniti, con la differenza che, mentre gli americani si ribellavano contro il consumismo, i ragazzi sovietici sfidavano il conformismo. Oltre a imitare la moda americana, gli hippie dell’Unione Sovietica utilizzavano parole in inglese e ascoltavano la musica occidentale. Erano piuttosto lontani dall’idea di lavorare e si limitavano a chiedere. Biker, anni ’80 Visto che in Urss erano ben poche le persone che potevano permettersi un’auto, le moto si trasformarono in una valida, seppur rara, alternativa. Molti di loro si facevano chiamare “rocker” e in alcuni casi questi due termini venivano utilizzati come sinonimi. Ascoltavano musica hard rock, distribuita in Unione Sovietica in forma illegale, e cercavano di imitare la moda occidentale nonostante la quasi totale assenza di autentiche giacche in pelle: molti di loro cercavano di confezionarle da sé, ma la maggior parte indossava giacche in finta pelle. Feddy Beguemot, un biker dell’epoca, ricorda che la sua prima giacca in pelle venne cucita da sua sorella.     Breakdancer, anni ’80 Spesso questi ragazzi copiavano gli stili visti in alcuni film occidentali, imitando i movimenti scomposti di un robot. Quando ottennero maggior popolarità come controcultura, i breakdancer sovietici iniziarono a sviluppare uno stile proprio. Tra i dettagli imprescindibili c’erano le scarpe da ginnastica bianche e i guanti. E visto che era molto difficile trovare scarpe bianche, la maggior parte dei ragazzi le colorava da sé. Anche le catene, i braccialetti e le camice con scritte straniere andavano molto di moda.   Metallari, anni ’80 In questo periodo la musica heavy metal varcò i confini del Paese e iniziò a ricavarsi uno spazio in Urss. Tra i gruppi preferiti dei giovani sovietici più ribelli c’erano i Black Sabbath, gli Iron Maiden, i Metallica e Judas Priest o Megadeth. Così come si legge sul giornale Russia’s Hooligans, i metallari sovietici prendevano molto sul serio la propria appartenenza al gruppo ed evitavano coloro che copiavano semplicemente questo stile. Anche loro il più delle volte si ritrovavano a dover cucire da sé le proprie giacche in pelle, visto che in quel periodo era difficile recuperarle. Punk, anni ’80 Il modo di vestire dei punk sovietici spesso variava a seconda della città in cui vivevano. In Siberia assomigliavano molto agli hippie mentre in Estonia ricordavano i punk europei. A San Pietroburgo i ragazzi punk vivevano una vita molto bohème mentre quelli di Mosca mescolavano i vari stili presenti nel Paese. Creste colorate, piercing, cinture fatte a mano e magliette con i nomi delle proprie band preferite erano i biglietti da visita di questi ragazzi. Non di rado finivano in manette per qualche lite violenta o per aver rotto le vetrine di qualche negozio. E urlare improperi durante le feste di matrimonio si era trasformato in un segno distintivo della sottocultura punk.      

Mostra a Roma: “L’icona russa: preghiera e misericordia”

L’icona russa: preghiera e misericordia. Per ricordare i 25 anni di avvio delle relazioni ufficiali tra la Federazione Russa e il Sovrano Militare Ordine di Malta, il Museo Andrej Rublev e il Museo dell’Icona Russa con la collaborazione di Zetema è stata allestita al Museo di Roma Palazzo Braschi dal 10 ottobre al 3 dicembre 2017 una interessante mostra di 36 icone del XVII-XVIII secolo. La mostra vuole contribuire a far conoscere la virtù religiosa che il popolo russo sente nelle Icone, ma vuole essere anche un’opportunità di far comprendere al visitatore il comune senso di appartenenza alla Cristianità. Le rappresentazioni dei volti di Cristo, la venerazione per la Madonna, la rappresentazione della vita di Gesù sono gli stessi tra oriente e occidente, la venerazione dei Santi e la rappresentazione dei fondatori dei monasteri sono analoghe alle storie dei nostri Santi e dei fondatori di ordini monastici.   I curatori hanno scelto un periodo circoscritto che va dalla metà del ‘700 e arriva alla fine dell’800 dove si può scoprire l’influenza che ha avuto il barocco nella società russa di quel periodo che si riflette sulle icone, che rispecchiano la ricchezza della società russa. Questo periodo è anche quello che ha visto i primi contatti tra il Sovrano Militare Ordine di Malta e la Corte dello Zar che aprono successivi accordi, di tipo militare necessari a contenere le mire espansionistiche dell’Impero Ottomano.         Le Icone provengono dalle collezioni di due importanti musei russi: il Museo Andrej Rublev che si trova nel Monastero Andronikov e dove si può ammirare la Cattedrale del Salvatore, decorata dal celebre pittore di icone Andrej Rublev , nel museo si trova la più ricca collezione di icone dove sono esposti alcuni dei più preziosi capolavori di arte ortodossa provenienti da Mosca e dalle scuole del nord e coprono un periodo che va dal 14° al 19° secolo; il Museo dell’Icona Russa il più grande museo privato di icone e artefatti religiosi, nel museo sono visibili capolavori che vanno dal XII al XIX secolo ed è una visita che consigliamo di non perdere.